Un uccellino, tempo addietro, ci ha soffiato nell’orecchio che nella primavera del 1997, precisamente ad aprile, si tenne presso la sede regionale dei DS sardi, a Cagliari, nel quartiere di San Michele (detto “Il Bronx” dai bempensanti della Città del Sole) una riunione strana, molto riservata, riguardo alla quale un’occhiuta sorveglianza faceva si che non vi penetrassero persone estranee, anche se appartenenti al partito di D’Alema, e che meno persone possibili ne sapessero.
Alla riunione presero parte, per quel che si sa, l’avvocato ed ex senatore Francesco Macis, già potentissimo responsabile giustizia del PCI, amico di molti magistrati affiliati a Magistratura Democratica, in primis Enrico Dessì e Antonio Porcella, che diverrà poi, chissà perché, consigliere politico di due ministri della giustizia, uno comunista dichiarato, Diliberto, e l’altro postcomunista, Fassino, e un altro avvocato senatore, in carica, ossia Guido Calvi, tra le massime teste pensanti dei DS nella materia della giustizia e, soprattutto, diretto rappresentante di Massimo D’Alema in quanto suo difensore di fiducia; non mancava, certamente, Emanuele Sanna, il tetro Emanuele Sanna, che all’epoca era segretario regionale dei DS e che, per ammissione di dirigenti diessini anche autorevoli (ad esempio I.A.), era il manovratore di tutte le cose di giustizia con influenza diretta anche presso il Consiglio Superiore della Magistratura, e non è esclusa la partecipazione di alcuni di quei magistrati “rossi” amiconi di Macis.
Oggetto della riunione, a quanto pare, fu la comunicazione da parte dei “compagni” sardi al senatore avvocato Calvi, affinché riferisse adeguatamente a D’Alema, della scelta fatta quanto alla nomina del procuratore capo di Cagliari, che non doveva essere Luigi Lombardini, quell’infingardo fascista, secondo le vedute prevalenti in casa comunista e postcomunista.
Invero, buona parte del lavorio per l’affossamento della candidatura Lombardini era già stata fatta dal sostituto procuratore sassarese Gaetano Cau, un collezionista di sanzioni disciplinari che oggi si è dovuto spostare al tribunale civile, il quale aveva infondatamente coinvolto Lombardini in un procedimento penale, con singolare tempismo rispetto all’inizio delle sedute del CSM relative alla nomina del nuovo procuratore capo di Cagliari, e in sinergia con una campagna denigratoria senza precedenti intrapresa, nei confronti di Lombardini, dal quotidiano, sempre sassarese, LA NUOVA SARDEGNA, il cui vicedirettore era Giorgio Melis, amicone di Federico Palomba, di altri magistrati e un po’ di tutta la dirigenza diessina, e che annoverava tra gli azionisti, a fianco del principe Caracciolo, personaggi del calibro di Flavio Carboni, già amicone tra gli altri di Ciriaco De Mita (guarda un po’ … come Calisto Tanzi!) e soprattutto di certo Licio Gelli che anni fa presiedeva un sodalizio filantropico noto come Propaganda Due (P2).
Anche certa destra economica cagliaritana, in particolare certi imprenditori l’origine delle cui fortune era assai incerta e che per Lombardini erano come un libro aperto, non gradivano la nomina a procuratore capo dell’arcigno magistrato parmigiano trapiantato a Villacidro, temevano che le loro fortune sarebbero sfumate, che in Sardegna si sarebbero materializzati degli incubi allora come oggi sconosciuti detti misure di prevenzione (chiedere a Palermo, Napoli e Reggio Calabria per informazioni, a Cagliari non se ne parla), sicché, nonostante gli esponenti della destra politica, in particolare Alleanza Nazionale, fossero in apparenza incondizionatamente a favore di Lombardini, non mancava certo, soprattutto nell’area di Forza Italia, chi gli remava contro (ricorderete il silenzio assordante di Berlusconi, che pure era capo dell’opposizione e aveva interesse a fare un po’ di rumore, all’epoca del suicidio, e avrete presente l’ignavia di parlamentari come Piergiorgio Massidda, che oggi si mette a frignare perché non lo invitano all’inaugurazione dell’anno giudiziario, a fronte del coraggio di un altro deputato pure di Forza Italia, Giampaolo Nuvoli).
Tuttavia, l’ultima parola, essendo allora l’Italia retta da un governo di centrosinistra retto da Romano Prodi, spettava a quella che oggi si chiama la Margherita e ai DS, e se dal lato del centro la situazione era ben coperta da Gian Mario Selis, amico d’infanzia di uno dei più grandi nemici di Luigi Lombardini, il dottor Mario Marchetti, a sua volta in ottimi rapporti con Francesco Macis, la parola decisiva diveniva quella dei DS.
Che successe?
SIM SALA BIN! Il dottor Carlo Piana, stimato presidente della corte di assise di Cagliari, che ambiva a diventare presidente del Tribunale e non si pensava si sarebbe mai candidato a procuratore capo di Cagliari, avanzò la propria candidatura, e a ciò fu spinto, a quanto pare, per un verso dagli esponenti della corrente comunista Magistratura Democratica, che, nonostante un certo suo passato da democristiano moderato (però opportunamente dimenticato al momento opportuno) si fidavano molto più di lui, ritenuto controllabile e ragionevole, che di Lombardini, indipendente e imprevedibile e comunque odiato in quanto “fascista”, per altro verso proprio da Emanuele Sanna, che con Piana aveva da tempo una certa consuetudine.
Il dottor Piana era ed è, certamente, un magistrato di grande esperienza con notevoli attitudini, ma aveva fino allora fatto solo il giudice, le sue attitudini erano buone soprattutto per fare il presidente del Tribunale, al limite anche della Corte d’Appello (il dottor Piero Corda che ora ricopre questo incarico non è più anziano di lui), tuttavia il sostegno politico diessino e le campagne denigratorie contro Lombardini ne fecero un procuratore capo; inutilmente, a quanto pare, Lombardini propose di farsi da parte per far scendere in campo il dottor Angelo Porcu, che poi diverrà presidente del Tribunale di Sorveglianza e che, sul piano delle attitudini (svolgeva da una vita funzioni di PM) avrebbe senz’altro, a parità di anzianità, sbaragliato Piana, Porcu, amico fraterno di Lombardini, insistette che quel posto spettava a lui, e così si pervenne agli esiti noti.
Inutilmente si mosse qualcosa in area DS, giacché, a quanto pare, un’altissima personalità cittadina, notissima nel campo culturale e da tempo legata a Lombardini, si recò a Roma a conferire con Massimo D’Alema, perorandogli la causa di Lombardini: D’Alema rispose, praticamente, che “il partito” a livello locale aveva già espresso la sua preferenza per Piana, e che egli non poteva sindacare tale scelta. Evidentemente comunicata al senatore avvocato Guido Calvi in quella famosa riunione dell’aprile 1997.
Quando il Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura dovette deliberare sulla nomina del procuratore capo, essendovi una proposta di maggioranza a favore di Carlo Piana, accadde una cosa senza precedenti, ossia i quattro membri “laici” rappresentanti dell’allora Polo delle Libertà (Franchi e Pazzaglia per AN, Viviani e Fois per Forza Italia), che appoggiavano Lombardini, boicottarono ad oltranza la deliberazione, non presentandosi reiteratamente in aula, il che consentiva di bloccare i lavori, dato che il regolamento interno del CSM prescrive per la sussistenza del numero legale, a tutela della rappresentanza dei “laici” di opposizione, una maggioranza qualificata.
Si trattò di una forma di protesta con pochi precedenti, che si suole attuare, da parte dei “laici” di centrodestra, soprattutto quando vi è ben più di un sospetto che le scelte della maggioranza del CSM siano finalizzate a obiettivi politici o condizionate dagli stessi, ad esempio quando si propone l’adozione delle consuete pratiche “a tutela” dei magistrati contro le dichiarazioni, invero spesso un po’ eccessive, di Silvio Berlusconi (un tempo lo stesso accadeva con Bettino Craxi), ma mai si era vista l’attivazione di questo espediente regolamentare per le nomine negli uffici direttivi, non è mai avvenuto ad esempio per Caselli, pure notoriamente legato ai politici DS prima ancora che a Magistratura Democratica. Se è avvenuto per Piana, evidentemente le informazioni sono circolate, evidentemente i laici del centrodestra ben sapevano che Carlo Piana, benché magistrato di esperienza e professionalmente molto qualificato, veniva designato per motivi politici.
La situazione si sbloccò solo nel giugno 1997, allorquando il cagliaritano Alfredo Pazzaglia, consigliere “laico” del Polo nel CSM, improvvisamente decedette per un attacco cardiaco, e la maggioranza del Consiglio, senza attendere il reintegro del Plenum, approvò a tamburo battente la nomina di Piana.
Morale della favola: il Consiglio Superiore della Magistratura difende a spada tratta il proprio potere esclusivo di nomina dei capi delle procure (l’ha fatto recentemente elevando conflitto di attribuzioni avanti alla Corte Costituzionale contro il ministro Castelli, reo di non voler nominare procuratore capo di Bergamo un magistrato colpito da incompatibilità parentale), e tuttavia finisce pur sempre per avallare scelte politiche, effettuate sulla base di criteri politici.
Non sarebbe meglio, allora, che si stabilisse una volta per tutte l’elezione diretta da parte del Popolo, come avviene negli Stati Uniti, del procuratore capo? Il timore che nella sua azione poi invalgano criteri politici è fondato, ma tanto oggigiorno non avviene lo stesso?
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