Giampaolo Cassitta, educatore carcerario, ha dato alle stampe un ennesimo libro in tema di sequestri di persona, noiosamente intitolato “La zona grigia”, con cui tenta di fornire una propria personale riscrittura, con riferimento sia alle indagini che al processo giudiziario, del sequestro, perpetrato quasi 30 anni fa, dell’ingegnere della Ferrari Giancarlo Bussi, per il quale furono imputati e condannati un “pezzo grosso” della malavita ogliastrina, Piero Piras, ma anche un anonimo allevatore di Sinnai, Agostino Mallocci, la cui posizione l’autore esamina da vicino col radicato convincimento della sua innocenza.
Fin qui niente di nuovo, l’errore giudiziario è sempre in agguato, e seppur le sentenze di massima vadano rispettate è lecito porsi dei dubbi, tuttavia, già dal titolo del libro, pare evidente come si pongano in correlazione le sorti di Mallocci coi metodi adoperati quale giudice istruttore da Luigi Lombardini, con tanto di allusioni, ovviamente, alla “zona grigia” in cui questi avrebbe operato. Bene ha fatto il giudice Mariano Brianda, un magistrato certamente non amico di Lombardini, a ricordare a Cassitta, in occasione di una presentazione pubblica del libro, come la posizione di Agostino Mallocci sia stata vagliata nel corso di tre gradi di giudizio, il che non è garanzia assoluta che giustizia sia stata fatta, ma spiega bene come l’attribuire a senso unico la malasorte del condannato a Lombardini sia fallace, se si pensi, ad esempio, che il giudice estensore della sentenza con cui fu definito in primo grado il maxiprocesso in cui furono vagliate anche le vicende del rapimento Bussi fu il dottor Francesco Sette, altro giudice di sinistra, come il dottor Brianda, lontano per metodi ed idee da Lombardini e non sospettabile di condiscendenza nei suoi confronti.
Insomma, se quando era in auge i consensi nei confronti di Lombardini assomigliavano molto a un belato, che lui, leone poco amante del pecorume, peraltro non avrebbe gradito, sarebbe pericoloso, non per la dignità di Lombardini ma per la giustizia stessa,adesso che il “giudice-sceriffo” è morto senza che si sia potuta fare chiarezza sulle infamanti accuse di estorsione rivoltegli dall’ingegner Melis da Tortolì e su altri sospetti adombrati nei suoi confronti da piccoli uomini e grandi invidiosi, contribuire a innescare un meccanismo per cui tutti i condannati per sequestro di persona di quell’epoca, anche colpevolissimi, si sentano in diritto di reclamare infondatamente la propria innocenza ascrivendo le loro sorti giudiziarie a invenzioni di Lombardini. Quel terribile Lombardini il quale, quando era raggiunto dal dubbio circa le prove a carico di qualche persona, non esitava a cercare le prove a discarico, come fece pure, per il poco che poté fare, anche nel “caso Manuella”, e che negli ultimi mesi della sua vita era roso dall’indignazione circa le sorti giudiziarie dei due condannati per il sequestro di Vanna Licheri, della cui innocenza, a ragione o a torto, egli era assolutamente certo.
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