Giusta o sbagliata, legale o illegale che sia stata, sul piano del diritto internazionale e dell’opportunità, l’invasione dell’Iraq da parte delle forze angloamericane, ieri la partita con Saddam Hussein, non certo il peggior tiranno della storia, ma comunque un governante abietto e sanguinario, è stata chiusa, e in modo finalmente conforme a quella che è la missione storica, di giustizia e libertà, della grande nazione americana; l’ex rais è stato acchiappato senza colpo ferire nel suo ultimo rifugio, una topaia della sua città natale, Tikrit, e a quanto pare non verrà giustiziato sommariamente, come accadde a Nicolae Ceausescu in Romania e a tanti altri tiranni della stessa risma, bensì subirà un regolare processo, verosimilmente ad opera di un tribunale iracheno o di una corte internazionale da costituirsi ad hoc, visto che gli USA non riconoscono il Tribunale Penale Internazionale.
La guerriglia ancora impazza in Iraq, ma il risultato dell’azione americana nella zona è comunque, anche solo per questo fatto, pienamente positiva, e noi, che abbiamo a suo tempo aspramente criticato la legittimità dell’invasione dell’Iraq, non possiamo che esprimere apprezzamento per il modo in cui è stato posto mano alla problematica irachena, con minimo numero di morti civili e militari, senza alcun abbandonarsi a vendette tanto per vendicarsi – come invece spesso fanno israeliani e palestinesi reciprocamente – nel pieno rispetto dei principi di civiltà e di umanità per quanto ciò sia possibile in occasione di una guerra.
A rifletterci, rimane però l’amaro in bocca nel constatare che in posti come il Medio Oriente, la Somalia, il Kosovo, l’Afghanistan, quando i tiranni, i terroristi, gli integralisti di ogni risma fanno strame della libertà e della stessa dignità dell’uomo, che essi considerano non valere le famose trecento lire di una pallottola, con metodi consoni alla loro barbarie quali le esecuzioni di massa, i gas nervini, le autobombe, qualcuno al di là dell’oceano, che spesso potrebbe anche infischiarsene (va ricordato che né in Somalia né in Afghanistan, e neppure in Kosovo, c’è il petrolio) si sensibilizza, molto oltre la spesso blanda sensibilità europea, e “arrivano i nostri” a riportare, pur tra mille spesso inevitabili contraddizioni, libertà e democrazia; mentre invece alle nostre latitudini, dove la democrazia, la libertà e la dignità dell’uomo sono poste a repentaglio non coi crudi mezzi dei dittatori palesi, bensì coi più subdoli metodi della strumentalizzazione dell’azione giudiziaria e del controllo censorio e propagandistico dei mezzi di informazione, nessuno interviene, forse perché si da per scontato, anche da parte degli americani, che nei paesi della Unione Europea libertà e democrazia regnino ovunque.
Purtroppo, questo è contraddetto dalle cose dell’altro mondo a cui abbiamo assistito in Italia, in Sardegna e a Cagliari in questi anni, da un pugno di magistrati milanesi che si sono assegnati il compito di eterni arbitri delle sorti di ogni governo alla rabbrividevole gestione caselliana della procura di Palermo che ha provocato la vana e crudele inquisizione di migliaia di cittadini onesti per pretese, inesistenti complicità con Cosa Nostra fruttando solo una caccia alle streghe a tutto vantaggio di una certa parte politica e delle sue propaggini imprenditoriali, tantissimi processi inutili e costosissimi per l’erario, assoluzioni a raffica, non solo per Andreotti ma anche per Carnevale, Musotto e tanti altri, un clima terribile in cui la privacy non esiste più a causa del dilagare indiscriminato dell’uso delle intercettazioni legali e illegali e delle incontrollate propalazioni di “pentiti” non certo esenti dal sospetto di poter essere docilmente manovrati da PM arbitri assoluti della loro gestione.
Anche il “caso Lombardini” è una sfaccettatura di questo terribile modo antidemocratico, antilibertario e anticostituzionale di amministrare giustizia, e, al di là della tragedia personale di Luigi Lombardini e delle vendette che, dopo la morte di questo grande magistrato, un pugno di vigliacchi hanno scatenato contro tutti coloro che erano colpevoli di essere stati vicini fino all’ultimo a costui, i più attenti e coloro che più hanno memoria ricordano, senza timore di essere scambiati per “paranoici” da chi non rinuncia mai a mistificare la realtà e a negare l’evidenza, il clima da stato di Polizia in cui era stata immersa Cagliari, coi bar pieni di individui dal fare circospetto a tendere le orecchie per ascoltare ogni cosa alle microspie collocate e trovate un po’ ovunque (vedansi quelle che c’erano al piano terra del Palazzo di Giustizia, nella via Barcellona di Cagliari e in un bar di Piazza Repubblica) a una manica di poliziotti disinvolti di qualche corpo speciale, forse occulto, che avevano completamente perso la testa, indottrinati da qualcuno come se si fosse in guerra.
L’Italia, la Sardegna, Cagliari, non hanno, non hanno ancora avuto, la loro operazione “Iraqi Freedom”, dato che, se pian pianino gli altarini si vanno scoprendo, gli ingiustamente perseguitati vengono assolti da giudici sereni e imparziali, l’azione del governo Berlusconi, se non a cambiare del tutto le cose, è quanto meno riuscita nel rendere la bilancia della giustizia meno sbilanciata, i responsabili massimi di tutte queste non commendevoli azioni restano impuniti e prima ancora ingiudicati (da CSM e ministri sbrigativi) ai loro posti di comando, a incominciare da quel Giancarlo Caselli che, sia pur senza grande potere reale, ora regna sulla Procura Generale di Torino, posto a cui è stato nominato con l’ultimo blitz dal CSM precedente, quello più sciagurato che la storia repubblicana ricordi, nonostante i prossimi congiunti di Luigi Lombardini avessero segnalato tempestivamente al presidente Ciampi, nella sua qualità di presidente del CSM, la vicenda del decreto di perquisizione nullo, inefficace, inesistente, illegale di cui abbiamo riferito nel precedente editoriale e che sarebbe bastata non solo a precludere a Caselli ogni avanzamento di carriera, ma addirittura a determinarne l’estromissione dalla magistratura.
Vogliamo sperare che l’Italia, pur se ha un governo che, essendo espressione di una coalizione che si è definita “casa delle libertà”, opera spesso in netta contraddizione con questo nome sposando la causa della repressione poliziesca e mantenendo un’ampia franchigia per la magistratura giustizialista e la polizia più disinvolta, sia in grado di procedere all’accertamento della verità su queste vicende e di fare davvero giustizia senza dover fare come gli iracheni, senza dover attendere, o implorare, l’arrivo degli americani, che, detto tra noi, avrebbero comunque un certo interesse a occuparsi più da vicino di queste storie dato che Lombardini era un personaggio a loro molto vicino e che, optando per il suicidio, ha forse salvaguardato anche certi interessi statunitensi nell’Isola, vitali per la stabilità del Mediterraneo, che qualcuno, in nome di una visione della storia antropologicamente diversa, mirava forse a seppellire in un grande girotondo.
La politica dia quindi un segno di vita, e si istituisca per questa vicenda, che è molto più grave di Telekom Serbia, una commissione parlamentare di inchiesta coi poteri dell’autorità giudiziaria, che abbia pieno mandato di accertare la verità senza infognarsi nelle resistenze interessate e codarde dei vari CSM di turno.
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