Negli scorsi giorni, ha di nuovo tenuto banco la polemica sul ruolo del signor Luciano Violante, anima nera di certa magistratura politicizzata, sul quale si sono abbattute le accuse, o meglio i sospetti, di Giulio Andreotti che, dopo essere stato assolto dalla Cassazione per il delitto Pecorelli, ha voluto togliersi qualche sassolino dalla scarpa, anzi qualche macigno.
Noi nutriamo enorme stima per Andreotti e, per converso, enorme disistima per Violante, ma non vogliamo occuparci qui delle vicende per cui costui è noto, dal teorema inventato negli anni ’70 contro quel galantuomo di Edgardo Sogno, colpevole di essere un mitico capo partigiano ma al contempo un coerente liberale monarchico antifascista e anticomunista con la stessa intensità, alle chiare ed evidenti sinergie con Giancarlo Caselli proprio in relazione ai processi per cui Andreotti ha dovuto patire le pene dell’inferio per dieci anni e passa: per queste vicende crediamo che Violante sarà inappellabilmente condannato dal tribunale della storia, e dovrebbe vergognarsi a ricoprire senza pudore ancora un alto incarico, come quello di capogruppo dei DS, un partito che pretende di essere rispettabile e poi contraddice continuamente nei fatti le buone intenzioni.
Ma quello che ci interessa è ancora una volta, e scusate l’insistenza, la tragedia giudiziaria e umana di Luigi Lombardini, che potrebbe avere, quanto alle cause, qualche punto di contatto con l’attività di lobbying politico-giudiziaria del signor Violante e di due suoi intimissimi sodali, il predetto Caselli, all’epoca procuratore capo di Palermo, e l’attuale Capo della Polizia Gianni De Gennaro, che all’epoca era solo il vice della buonanima di Fernando Masone ma, soprattutto, veniva dal periodo eroico di direzione della DIA dove, pur avendo indubitabilmente svolto una grandissima opera nell’antimafia, si era contraddistinto come reclutatore di “pentiti”, talora con modi disinvolti.
I più attenti ricorderanno che non erano passati moltissimi giorni dalla liberazione (o “fuga”, come pateticamente continua a dire zio Tito) di Silvia Melis, avvenuta l’11 agosto 1997, e dalla clamorosa intervista di Nicola Grauso al Corriere della Sera con cui rivelava di aver pagato il riscatto, o una sua parte, che Luigi Lombardini, compiendo un gesto per lui inusitato, fece un’ampia chiacchierata informale, a sua insaputa, con due giornalisti, Antonella Stocco del Messaggero e Daniele Mastrogiacomo di Repubblica, in cui fece il nome del detenuto arzanese Fortunato Piras come probabile mediatore o emissario di Stato per la risoluzione finale del sequestro Melis, e soprattutto quello di Gianni De Gennaro come mandante dell’intera operazione che, lasciava intendere Lombardini, avrebbe contemplato il pagamento del riscatto con denaro dello Stato.
La cassetta in cui era stato registrato il colloquio fu inviata da Antonella Stocco alla Procura di Palermo, e fu qui che probabilmente Caselli chiese gli atti, dai quali, se l’inchiesta fosse rimasto sotto il pieno controllo del procuratore capo cagliaritano Carlo Piana, non è escluso che il nome di Lombardini non sarebbe mai venuto fuori, o al limite sarebbe venuto fuori in modo molto ridimensionato.
Quello che colpì, quando la cassetta fu fatta debitamente trascrivere da un perito del Tribunale, fu che in quest’ultima trascrizione compariva il nome di De Gennaro, che invece non appariva nella trascrizione della procura di Palermo, e qui sorge un dubbio atroce: considerato che le accuse di estorsione mosse a Lombardini erano (come lo sono a tutt’oggi nei confronti di Nicola Grauso e Antonio Piras) strampalate e astruse, tali che lo stesso Tito Melis in fondo non appariva crederci completamente – e infatti a fine luglio aveva smentito al Televideo Rai che Lombardini gli avesse mai estorto alcunché – che nel testo della sua conversazione veniva fatto il nome di De Gennaro come mandante del pagamento di un riscatto di Stato ed organizzatore della messa in scena di Locoe, che è probabile che Lombardini abbia detto ai giornalisti solo una minima parte di quel che sapeva con l’intento di lanciare messaggi, è così casuale che Giancarlo Caselli, sodale di una vita di Violante ma, soprattutto, con un rapporto di collaudatissima collaborazione col cacciatore di “pentiti” De Gennaro, comunista come i primi due, si sia assunto la responsabilità di un’iniziativa giudiziaria così dura nei confronti del collega Lombardini?
Ancora: sarà casuale il fatto che un reato come quello, originariamente contestato a Lombardini, di favoreggiamento ben difficilmente avrebbe potuto giustificare l’emissione di provvedimenti cautelari, dato l’esaurimento del contesto in cui si sarebbe collocato, mentre quello poi ipotizzato di estorsione ci si prestava in buona misura (e non si è ancora chiarito se sia vero che il 5 agosto 1998 fosse già stato emesso un provvedimento restrittivo nei confronti di Lombardini, e che dello stesso sia stata distrutta ogni traccia dopo la tragedia dell’11 agosto)?
Infine: se Caselli ha ritenuto di mobilitarsi in modo così pesante con un’iniziativa senza precedenti nei confronti di un magistrato (i provvedimenti dei PM milanesi nei confronti di Renato Squillante muovevano da presupposti ben diversi), può ritenersi che l’abbia fatto in piena autonomia, senza input o coperture? E se davvero De Gennaro si è impegnato nell'”operazione falsità” sulla risoluzione del sequestro Melis, cosa non del tutto improbabile considerata la disinvoltura del personaggio, è plausibile che abbia anche lui potuto decidere tutto in prima persona, prescindendo da ben più alte sfere dello Stato?
Emerge il sospetto di una realtà agghiacciante, che non lo è di meno nonostante il corollario consolatorio per cui ne emergerebbe almeno che l’iniziativa che ha portato al suicidio di Lombardini non ha una genesi in terra cagliaritana, che magistrati locali, e soprattutto il procuratore Carlo Piana (che anzi, si dice, la sera del suicidio di Lombardini abbia pianto, e ci crediamo, e non crediamo che fossero lacrime di coccodrillo) non ci siano entrati per nulla.
Ma il successivo legittimo sospetto è questo: se, e sottolineiamo se, in questa vicenda sono implicati, nei termini evidenziati, Caselli e De Gennaro, e vi era la necessità che in qualche modo il primo coprisse il secondo, e quest’ultimo aveva posto in essere un’operazione disinvolta, se si cerca di pensare al chi sia l’entità superiore che può aver coperto l’uno e l’altro, non si pensa sempre a quel nome?
Già proprio lui, Luciano Violante, sul cui ruolo nell’esercitare pressioni per la nomina di Caselli a Palermo, confermato dagli ex ministri Claudio Martelli e Vincenzo Scotti, Lombardini pare avesse predisposto un dossier, non ignoto, a quanto si sa, a Giulio Andreotti.
Si impongono approfondimenti.
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