02 03 2004 - LA NOTTE DELLA GIUSTIZIA

Quello presente non è certo, per la Procura di Palermo, un momento di suprema credibilità come ufficio giudiziario, dato che vi sono ancora gli strascichi degli innumerevoli processi politici, tanto grossi quanto fallimentari, scatenati a suo tempo da Giancarlo Caselli e il suo pool contro Andreotti, Mannino eccetera, su Guido Lo Forte, nel contesto dell’inchiesta sui fiancheggiatori “illustri” di Bernardo Provenzano, tornano a correre brutte voci, il più fidato collaboratore di un altro pasdaran caselliano, quell’Antonio Ingroia che non si era astenuto dal Processone contro Grauso nonostante una evidente incompatibilità, è stato arrestato perché pare facesse la spia per Provenzano, e infine va ricordato che i tre PM che seguivano il Processone, oltre a Ingroia Giovanni Di Leo e Lia Sava, non sono stati tempestivamente sostituiti dal procuratore capo Piero Grasso, bensì cacciati d’imperio con provvedimento del PG Salvatore Celesti.
A noi cagliaritani, che abbiamo davanti agli occhi la tragedia di Luigi Lombardini suicida nel proprio ufficio, la Procura della capitale siciliana evoca sinistre e terribili ombre, ma anche in situazioni riguardate “a freddo”, come quella relativa alle vicende de L’UNIONE SARDA, laddove sono trascorsi ormai cinque anni dai fatti, l’impressione che si ricava dall’azione congiunta della Procura stessa e dei GIP, nel caso di specie del GIP Gioacchino Scaduto già titolare di molti processi antimafia caselliani, è quella della somma ingiustizia.

Dovrebbero farsi l’esame di coscienza, i PM di Palermo, e lo stesso GIP che in questo caso è andato oltre le stesse richieste della Procura, circa quanti procedimenti perfettamente inutili essi abbiano inteso aprire, in passato, all’insegna del precetto per cui le situazioni poco chiare vanno valutate in dibattimento, e cercare poi di spiegarci, a noi popolo nel nome del quale la giustizia è amministrata, perché nel caso di Carlo Piana, Guido Pani e Gian Giacomo Pisotti si siano regolati ben diversamente, nonostante i palesi arrampicamenti sugli specchi fatti dalla PM Marzia Sabella, nella richiesta di archiviazione relativa alla denuncia di Grauso per le note vicende dell’art. 2409 cod. civ. su L’UNIONE SARDA, per tentare di dare ai fatti una lettura non necessariamente illecita; lettura plausibile, legittima, ma certo non univoca, e che legittimava, quindi, la necessità di una verifica dibattimentale.
Evidentemente, i magistrati, in ordine al sacro precetto costituzionale dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge sono solo capaci di berciare come tante oche starnazzanti quando accusano a sproposito Berlusconi e Castelli di volerlo calpestare, ma quando si tratta di dare il buon esempio, e di applicarlo essi per primi, lo gettano bellamente nel cestino, e di questo, del resto, abbiamo avuto tanti esempi edificanti in passato, vedasi lo strabismo della Procura di Milano quanto alle tangenti rosse o l’accanimento assolutorio dei GIP di Brescia a favore di Antonio Di Pietro, e tante altre amenità.
I magistrati di Palermo non si discostano, al riguardo, dal “buon esempio” milanese e nazionale, ma punte di accanimento incredibile le ha raggiunte il GIP Scaduto, il quale ha imposto alla PM Sabella di formulare l’imputazione di diffamazione e calunnia, in danno di Gian Giacomo Pisotti, nei confronti di Nicola Grauso e Carlo Taormina, quest’ultimo già legale di Grauso che è divenuto incompatibile a seguito della denuncia di Pisotti, che ha così conseguito l’effetto di liberarsi di un legale alquanto scomodo.
E’ chiaro a tutti, leggete gli atti che pubblichiamo nella sezione DOCUMENTI per farvene un’idea, che la situazione emersa all’esito degli accertamenti disposti dalla PM Sabella era tutt’altro che assolutamente lineare, e per essere imputabili di calunnia, dice la Cassazione, è necessario che si abbia la certezza dell’innocenza dell’accusato, che nel caso di specie nessuno, né Grauso né altri, poteva avere, posto che la natura della vicenda era tale da far insorgere a chiunque legittimi dubbi; così come sono chiari gli insegnamenti della Cassazione circa la configurabilità del reato di diffamazione solo oltre certi limiti di continenza qualora le affermazioni potenzialmente lesive dell’altrui reputazione siano fatte in un contesto di esercizio del diritto alla difesa.
Queste cose elementari, almeno, la PM Sabella ha mostrato di padroneggiarle, ma la decisione del GIP Scaduto lascia davvero esterrefatti, e costituisce un colpo di grazia quanto alla possibilità, da parte dei cittadini, di poter ulteriormente riporre fiducia alcuna nella magistratura, in una magistratura che sa solo arroccarsi a difesa di privilegi corporativi e continua a non voler rendere conto a nessuno del proprio operato, libera e incontrollata nel fare “figli e figliastri”, a parità di imputazioni, a seconda di chi siano gli imputati e chi le persone offese; soprattutto, il fatto che Grauso, e con lui Taormina, avendo chiesto alla magistratura di fare chiarezze su una vicenda che per loro, e non solo per loro, non era per niente chiara, rischino ora di ritrovarsi imputati ha un impatto davvero sgradevole, difficile smorzare la netta impressione che suoni quale dissuasione e monito quanto a prevenire che in futuro a chiunque altro salti il flirticchio di accusare magistrati, specie se di un certo gruppo politico-associativo.
E’ la notte della giustizia, e sinceramente non sappiamo più a che santo votarci per far si che torni il giorno; anche nella Casa delle Libertà c’è in questi giorni la tentazione del compromesso con la magistratura associata, ma Silvio Berlusconi, prima di legittimare la stipulazione di patti con gente che bara o ha in animo di barare, dovrebbe sempre ricordarsi di quell’avviso di garanzia recapitatogli a Napoli in occasione di un vertice mondiale, che pose fine al suo primo governo e ci regalò quasi sette anni di malgoverno delle sinistre.