Perché i magistrati della Procura di Palermo, che hanno dispiegato un accanimento degno di miglior causa nei confronti del povero Luigi Lombardini ritenendo degne di credito certe artate farneticazioni, non compiano il loro dovere rispetto agli innumerevoli abusi ed illeciti ascrivibili, secondo denunce e notizie di stampa, a taluni magistrati del Palazzaccio di piazza Repubblica, rimane un mistero; dovendo escludere che siano in malafede, bisogna alternativamente ritenere o che della realtà sarda e cagliaritana non capiscono niente, o che sono anche loro condizionati, come a suo tempo lo fu l’effimero ministro della giustizia Oliviero Diliberto, da esigenze di ordine superiore.
Probabilmente sono entrambe le cose.
I PM di Palermo, che pure hanno sul fenomeno mafioso un patrimonio di conoscenze senza eguali in Italia, se non forse a Napoli o in Calabria, dovrebbero ben sapere che mafia non è solo quella che spara, che incapretta, che scioglie i bambini nell’acido, ma anche quella che ai cruenti mezzi delle brutali esecuzioni, che fanno rumore e attirano troppe tracce, preferisce quelli, molto più cruenti in una società come la nostra, dell’emarginazione politica, economica, sociale e culturale; a Cagliari, chiunque, anche solo per far valere i propri diritti, si trovi a cozzare contro intoccabili interessi forti, non solo di certa magistratura o di certi politicanti affaristi, ma anche di certe “grandi famiglie”, subisce sistematicamente questa sorte, tramite ritorsioni di varia specie (fallimenti pilotati, procedure di “controllo giudiziario”, trasferimenti per incompatibilità ambientale, procedure di dispensa dal servizio), intorno alle quali, talora per fortuna senza successo finale, si formano solidali coalizioni di magistrati, politici, imprenditori rapaci e periti collusi, nonché giornalisti fiancheggiatori, capaci di intimidire chiunque si opponga (e il coraggio è moneta rara a Cagliari, città dei Don Abbondio). E che cos’è questo se non l’avvalersi della forza di un vincolo associativo e della condizione di omertà che ne discende, come dice l’articolo 416-bis del codice penale?
Ma i PM di Palermo sanno sicuramente un’altra cosa, ossia che da almeno sei anni i magistrati più esagitati del Palazzaccio sono tenuti in palmo di mano dai più noti e influenti colleghi della Procura di Milano, oggi per fortuna orfana anche del compagno D’Ambrosio dopo lo strano liberale Borrelli, i quali non saranno mai sufficientemente grati ai colleghi della Città del Sole per avere dato, col noto esposto collettivo del 1996, epoca in cui alla Procura regnava Franco Melis, la spinta decisiva a che il Consiglio Superiore della Magistratura, consesso di gente pavida dominato da tre o quattro facinorosi, con l’attivo supporto di Magistratura Democratica (a forza di interventi faziosi e articoli denigratori sul loro giornale) evitasse di nominare Procuratore Generale di Milano il dottor Francesco Pintus, per gli stessi motivi per cui il “compagno” Francesco Misiani, peraltro di estrema sinistra, fu indagato per favoreggiamento a favore di Renato Squillante proprio in procinto di essere forse nominato Procuratore Aggiunto di Milano: magistrati troppo garantisti, che non dovevano sabotare la gioiosa macchina da guerra allestita da Colombo, Boccassini, Greco e soci, proprio quando si pensava si fosse in procinto di assestare il colpo decisivo a Silvio Berlusconi.
E Berlusconi, appunto, che finora se l’è cavata bene, ben sa che in realtà difficilmente, senza trovare un consenso nell’opposizione, potrà mai domare le indagini della Procura di Milano e i relativi processi, che continuano a pendere sul suo capo come una spada di Damocle, perché, mettendo pure che comunque Berlusconi ne uscirà pulito dai vari casi SME, IMI-SIR e Lodo Mondadori, un Presidente del Consiglio che girasse il mondo col pesante bagaglio di una condanna in primo grado per corruzione non risulterebbe molto presentabile, sicché prima o poi, magari col beneplacito di alleati freddini quali UDC e spesso anche AN, Berlusconi dovrebbe dimettersi, per lasciare magari spazio a qualche ambiguo governo di unità nazionale i cui veri leaders grazie al supporto dei DS e alla dabbenaggine di AN sarebbero Caselli, Violante e De Gennaro.
E’ chiaro che Berlusconi, nel nome stesso della democrazia più che della sua sorte personale e politica, farà di tutto per evitare questi esiti, sicché la spada di Damocle delle possibili condanne penderà sul suo capo finché non si deciderà ad abbandonare i propositi di riforma della giustizia, e anche, sul piano pratico, a rinunciare a titolo definitivo di volerci veder chiaro nella situazione di certi uffici giudiziari: tra questi, quello di Cagliari, che appunto i milanesi tengono in palmo di mano.
Sarà anche per questo che i PM di Palermo non intervengono incisivamente, che stanno lì a chiedere archiviazioni laddove non ce ne sarebbero assolutamente i presupposti? Palermo maneggia infatti l’altro manico della tenaglia che stringe Silvio Berlusconi, quello della mafia, laddove da tempo si sta interminabilmente processando per 416-bis Marcello Dell’Utri, e lo stesso Berlusconi è stato oggetto d’attenzione nello stesso procedimento, conclusosi con un’archiviazione dal sapore, più che assolutorio, intimidatorio. E d’altro canto, anche Palermo deve proteggere i magistrati cagliaritani poiché, se lasciasse emergere le loro malefatte e quanto queste abbiano inciso nelle calunniose iniziative in danno di Lombardini e nella sua stessa finale determinazione a suicidarsi, ammetterebbe di essersi fatta a sua volta colpevole complice, non per dolo ma per sciagurata inerzia, di quello che fu ad ogni effetto un crimine, e gli strascichi disciplinari, forse anche penali, sicuramente in termini di perdita della faccia, sarebbero inevitabili, anche se a valutare ci fosse il più smaccato insabbiatore.
Ma non siamo già sul terreno del legittimo sospetto? Non sarebbe il caso di applicare la legge Cirami?
E allora, la Cassazione mandi tutte le carte a Caltanissetta, città la cui magistratura dovrebbe essere esente da certi condizionamenti, e vediamo che ne viene fuori!!!
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