Non vorremmo proprio essere nei panni di quei giudici di Palermo, da un lato il collegio di Tribunale presieduto dalla dottoressa Annamaria Abruzzese, titolare del ben noto Processone scaturito dal caso Melis-Lombardini, dall’altro il GIP destinatario della richiesta di archiviazione del PM Marzia Sabella relativa alla vicenda UNIONE SARDA: la responsabilità affidata loro è davvero improba.
Se Giancarlo Caselli, con tanto di libro agiografico di 900 pagine, ritenne a suo tempo di aver scritto “la vera storia d’Italia” con le sue indagini antimafia, e in parte forse è vero, oggi questi magistrati giudicanti, discreti e non protagonisti, si trovano in una posizione da cui sono in grado di scrivere la vera storia di Cagliari, e in gran parte della Sardegna, nel terribile trienno 1996-1999 in cui ne successero di tutti i colori, dalla mancata nomina a PG di Milano e quindi al pensionamento anticipato di Francesco Pintus, alla nomina a procuratore capo di Cagliari di un giudice che non aveva mai fatto alcuna indagine ma in compenso aveva le amicizie di partito giuste, al suicidio dell’uomo che poteva essere lui il procuratore di Cagliari in luogo di costui, se non addirittura il procuratore di Palermo, all’esproprio giudiziario di fatto di un editore che ha inventato la TV commerciale in Sardegna e che ha gettato le basi perché Cagliari diventasse la capitale europea di Internet.
Del Processone che vede imputati Nicola Grauso, Antonangelo Liori e Luigi Garau abbiamo già detto di tutto e di più, e al riguardo, fermo che la Procura di Palermo fece sostanzialmente il suo dovere, peccando in sostanza di certo eccesso giustizialista e di una certa dabbenaggine nel dare retta a un tipo come Tito Melis, che qui la dice e qui la nega a seconda dei suggerimenti che riceve, vi sono elementi sufficienti per ritenere che Lombardini, che sicuramente violò la deontologia professionale ma non si rese responsabile di estorsione, e forse neppure di favoreggiamento, sia stato la vittima di un complotto sapientemente e scientificamente progettato ed eseguito a Cagliari, oltre tutto con l’agevolazione costituita dal fatto che la bomba scoppiò nelle mani di Caselli, esponendo costui a durissime critiche e “salvando”, invece, i veri colpevoli; idem come sopra per Nicola Grauso, che non si è mai tirato indietro rispetto alle proprie responsabilità, ma che stava terribilmente sullo stomaco a qualcuno del terzo piano di piazza Repubblica e ai suoi referenti politici, e che, peccato per loro, sta puntualmente dimostrando o dimostrerà che quanto asserisce da quasi cinque anni è tutto vero.
Quanto alla vicenda UNIONE SARDA, anche qui ne abbiamo già parlato ampiamente, soprattutto con riguardo alla contabilità virtuale adoperata da Pisotti, Amato e Tamponi, che hanno perfino superato Piana e Pani per eccesso di zelo, per far credere che il quotidiano versasse in condizioni prefallimentari e costringere Grauso a cederlo a un editore gradito ai padroni del vapore, identificato poi nell’esoterico Sergio Zuncheddu, con Emanuele Sanna nel ruolo anomalo e abusivo, salva investitura proveniente direttamente da Carlo Piana e dal PDS, di mediatore per la vendita del quotidiano ovviamente privo di alcuna autorizzazione dell’editore, e con lo stesso Piana che pratica con Mariano Delogu, il quale rimane ingannato e poi pensa bene di sottrarsi alle sue responsabilità smentendo ciò che non può smentire davanti al PM, uno strambo gioco delle tre carte, circa la prospettata fine della procedura di controllo giudiziario col versamento di 3-4 miliardi di vecchie lire.
Ma la cosa più agghiacciante che emerge da quest’ultimo procedimento è, appunto, come una moltitudine di testimoni autorevolissimi, tra cui, oltre allo stesso Delogu, l’attuale sindaco di Cagliari Emilio Floris, che riteniamo non portati per natura alla menzogna, abbiano appunto smentito davanti al PM ciò che non era smentibile, anche perché documentato da registrazioni, che il PM fece talora ascoltare loro facendogli fare una figura di merda: possiamo escludere che costoro siano stati opportunamente intimiditi (da chi non siamo in grado di dirlo, dato che gli interessati sono troppi)?
Non sfuggono ad alcuno le solide sinergie e cointeressenze tra settori della magistratura, della politica, della stampa e di certa imprenditoria poco pulita, a formare un potentissimo gruppo di potere che ha acquistato, soprattutto attraverso la conquista totale del Palazzo di Giustizia e la modificazione degli assetti dell’informazione, un potere soverchiante su quelli legali delle varie istituzioni, ponendosi al riparo da ogni conseguenza negativa soprattutto con la censura delle notizie scomode, con la distorsione di quelle comunque rischiose, con l’intrapresa di sistematiche campagne diffamatorie contro gli avversari politici, giudiziari e imprenditoriali, con iniziative giudiziarie basate sul nulla che si concludono troppo spesso con condanne senza prove, con fiumi di denaro sporco che continuano a giungere in città senza che alcuno si prenda la briga di controllare; e con una sistematica e poderosa attività, soprattutto da parte giudiziaria, intesa ad inquinare e a cancellare le prove di queste malefatte.
Sappiamo che c’è un triste precedente storico quanto a questa situazione, e i magistrati di Palermo possono trovarlo proprio a casa loro, in quella Palermo dei tempi andati in cui i sindaci dicevano che la mafia non esisteva, i procuratori della Repubblica non muovevano un dito, gli imprenditori legati a Cosa Nostra prosperavano, il quotidiano cittadino faceva solo disinformazione e censura; e i primissimi “pentiti”, come Leonardo Vitale, i magistrati coraggiosi, come Costa e Chinnici, i poliziotti intrepidi come Boris Giuliano avevano come solo destino la morte.
Certo, a Cagliari siamo pur sempre in una situazione più consolante di quella palermitana, la città e le campagne non sono invase da picciotti che controllano il territorio – casomai da tanti balordi comuni – non parrebbe vi siano politici, magistrati o giornalisti apertamente collusi con la criminalità – casomai si dovrebbe parlare di lassismo e di peso eccessivo delle “amicizie” rispetto ai doveri – e all’eliminazione fisica degli avversari si preferisce in genere l’emarginazione professionale e sociale, che non sempre riesce specie quando si ha a che fare con persone combattive.
Ciò non toglie che è assai arduo pensare che tutti coloro che hanno preso partito in queste dispute siano in buona fede, o abbiano solamente commesso errori, per quanto gravi, come è difficile credere che abbiano agito l’uno indipendentemente dall’altro, senza sinergie, senza consultazioni.
Noi formuliamo solo ipotesi, ma ai magistrati di Palermo diciamo: non vale la pena di approfondire? Ciò soprattutto quanto al caso UNIONE SARDA, dove solo una bella verifica dibattimentale potrà dissipare i dubbi che sono davvero pesanti.
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