5. I CASI LOMBARDINI E GRAUSO: PULIZIA ETNICA INTERNA ED ESTERNA

Si ebbe la definitiva prova del peso e della potenza delle sinergie politico-giudiziarie tra magistrati di sinistra e PDS allorquando, dopo la felice risoluzione del sequestro della giovane consulente del lavoro di Tortolì Silvia Melis, Luigi Lombardini – a quanto pare, anche in seguito a intercettazioni telefoniche non del tutto chiare disposte dal PM Paolo De Angelis – si ritrovò indagato per favoreggiamento in relazione ad attività compiute per far pagare il riscatto, unitamente a Nichi Grauso e all’avvocato Antonio Piras.
Grauso, in quel momento storico – novembre 1997 – aveva già iniziato la sua avventura politica con la fondazione del NUOVO MOVIMENTO, formazione politica creata in aperta contrapposizione all’inetta giunta regionale di centrosinistra presieduta dal magistrato Federico Palomba e col chiaro obiettivo di determinare un cambiamento della maggioranza e del modo di governare alla Regione; anche l’abile imprenditore proprietario dell’UNIONE SARDA e precursore del concetto di Internet per tutti divenne quindi un obiettivo da colpire, se necessario per via giudiziaria, il che era estremamente facile dati i mai interrotti legami di Federico Palomba coi suoi colleghi ancora in servizio, e data in particolare la sua fraterna amicizia di lunga data col neo procuratore capo Carlo Piana.
Anche Lombardini, sebbene perdente a favore di Piana nella corsa alla poltrona di procuratore capo di Cagliari, rimaneva un personaggio pericoloso per i magistrati di sinistra, dato che la sua abilità organizzativa consentiva di organizzare la corrente di destra di Magistratura Indipendente in termini di attiva ed efficace opposizione al predominio di Magistratura Democratica nell’ambito del Palazzo di Giustizia [fu grazie a Lombardini, in particolare, che Magistratura Indipendente raddoppiò i voti alle elezioni del Consiglio Superiore della Magistratura del 1998 e riuscì a conquistare la presidenza del Tribunale di Sorveglianza per Angelo Porcu, pubblico ministero di notevole anzianità ed esperienza e amico fraterno di Lombardini].
Il procedimento relativo alla questione del riscatto per la liberazione di Silvia Melis era gestito dalla Procura di Palermo – competente per legge – diretta da Giancarlo Caselli, notoriamente organico al PDS e amico fraterno di Luciano Violante: un inquisitore per nulla al di sopra di ogni sospetto, nei confronti di Grauso per intuibili motivi politici – l’azione politica di Grauso, sebbene sganciata da collaborazioni organiche con altre forze politiche, era oggettivamente favorevole al centro-destra – nei confronti di Lombardini anche perché questi fu suo concorrente, nel 1992, per la nomina a procuratore capo di Palermo. In ogni caso, va rammentato che Caselli militava e milita in Magistratura Democratica, la stessa corrente in cui militavano la maggior parte dei peggiori nemici di Lombardini all’interno del Palazzo di Giustizia cagliaritano.
Sta di fatto che, nel luglio 1998, si apprese l’incredibile notizia che Grauso e Lombardini – unitamente all’avvocato Antonio Piras – venivano ora incriminati per l’infamante reato di estorsione consumata e tentata, in particolare essendo accusati di aver costretto Tito Melis, padre di Silvia Melis, a consegnare la somma di un miliardo già affidata in custodia all’avvocato Piras affinché Grauso la utilizzasse a titolo di pagamento del riscatto, e altresì di aver minacciato Tito Melis al fine di ottenere da lui il versamento di un altro miliardo.
Si apprenderà poi – purtroppo dopo il tragico suicidio di Lombardini – che l’accusa derivava dalle minacce che questi avrebbe rivolto a Tito Melis nel corso di un fantomatico incontro notturno tenutosi vicino all’aeroporto di Cagliari Elmas la notte tra l’8 e il 9 ottobre 1997, risultanti solamente da unilaterali dichiarazioni di Tito Melis, sulla cui determinazione ad accusare Lombardini, secondo una convinzione di quest’ultimo, avrebbero notevolmente influito talune pressioni esterne, finalizzate a non scalfire la validità del <<teorema>> secondo cui Silvia Melis si era liberata da sola e, quindi, non era stato pagato alcun riscatto. Il tutto, per mascherare quegli <<interventi sotterranei dello Stato>> che Lombardini reputava sicuri.
L’11 agosto 1998 Luigi Lombardini, dopo uno snervante interrogatorio sostenuto, presso gli uffici della Procura di Cagliari, davanti a Caselli e a quattro sostituti [Aliquò, Ingroia, Di Leo, Sava] e dopo l’ultimo affronto rappresentato dalla perquisizione del suo ufficio, si uccise sparandosi un colpo di pistola in bocca.
Le reazioni furono furibonde dentro e fuori il Palazzo di Giustizia cagliaritano, dal Procuratore Generale Francesco Pintus che bollò con parole di fuoco l’operato di Caselli, al giudice di sorveglianza Alberto Rilla – buon amico di Lombardini nonostante la giovane età – che intraprese una furibonda opera di ricerca di riscontri nel tentativo di una ricostruzione alternativa a quella <<ufficiale>>, allo stesso Grauso che diede letteralmente degli <<assassini>> ai PM di Palermo e ai PM cagliaritani Piana e Mura, a Vittorio Sgarbi che presentò un’interrogazione parlamentare chiedendo letteralmente per quale motivo non si disponesse l’applicazione della custodia cautelare nei confronti di Caselli e soci. L’avvocato Luigi Concas, legale di Lombardini, più tecnico ma non meno furioso, propose denuncia alla Procura di Caltanissetta contro il Pool di Palermo per varie irregolarità commesse dopo la morte di Lombardini e per il reato di istigazione al suicidio.
Dopo l’emotività seguita al suicidio di Lombardini, come spesso avviene in Italia, tornò la calma, e venne avviata un’opera di <<normalizzazione>> su vasta scala volta a sancire il definitivo e integrale dominio sul palazzo di giustizia di Cagliari di Magistratura Democratica e sodali.
Giancarlo Caselli, con tutti i suoi sostituti, venne frettolosamente <<assolto>> quanto al suo operato sia dal Consiglio Superiore della Magistratura, sia dall’allora Ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Maria Flick, e poté impunemente proporre querele per diffamazione a tutto spiano contro Pintus (recentemente assolto dal Tribunale di Milano), Grauso e chiunque altro aveva detto cose che a lui non aggradavano.
Il giovane giudice Alberto Rilla, dopo un tentativo di assassinio ad opera di una non meglio identificata <<squadraccia>> alla quale pare non fossero estranei elementi della Polizia, fu bersagliato dagli strali disciplinari del Consiglio Superiore della Magistratura, tra l’altro, per le sue frequentazioni con Nichi Grauso, e vi fu un tentativo di farlo letteralmente passare per pazzo, probabilmente legato ai suoi scomodi accertamenti inerenti agli <<interventi sotterranei dello Stato>> nel sequestro Melis denunciati in un memoriale di Lombardini pubblicato post mortem sul GIORNALE, e approntato sulla base di documentazione redatta e raccolta, in particolare, dal capo di Magistratura Democratica Enrico Dessì, dal sostituto procuratore Mario Marchetti – anche lui, come Mura, particolarmente nemico di Lombardini – e dal capo della Squadra Mobile della Questura di Cagliari, oggi trasferito ad altro incarico, Maria Rosaria Maiorino, legatissima a Marchetti.
Il meno giovane PG Pintus, poco tempo dopo il giudice Rilla, fu bersagliato anche lui dal Consiglio Superiore della Magistratura con un procedimento di trasferimento d’ufficio per <<incompatibilità ambientale>> dalle imputazioni numerose e fitte, tra cui l’ennesima imputazione relativa a rapporti con Grauso; Pintus, dopo aver resistito per un po’, scelse alfine di abbandonare la magistratura con un anno di anticipo rispetto all’età del pensionamento.
Ma le vittime più danneggiate da questa vera e propria pulizia etnica sono, probabilmente, Nichi Grauso e il suo amico Antonangelo Liori, allora direttore dell’Unione Sarda.
Grauso, oltre a venir bersagliato da una gragnuola di procedimenti penali, aperti nei suoi confronti da quella stessa Procura di Cagliari che egli aveva messo duramente sotto accusa in relazione alle proprie responsabilità indirette per la morte di Lombardini, e con le imputazioni più varie – dalla diffamazione a mezzo stampa, alle intercettazioni abusive, alle false fatturazioni – si è visto letteralmente portar via l’UNIONE SARDA – e con essa le emittenti, da lui fondate, RADIOLINA e VIDEOLINA – in forza di un procedimento di <<controllo giudiziario>> ai sensi dell’art. 2409 del Codice civile, all’esito del quale – SENZA CHE VI FOSSERO SERIE RICHIESTE DI RIENTRO DA PARTE DI CREDITORI SIGNIFICATIVI – si è surrettiziamente fatto emergere un passivo di bilancio di ben 42 miliardi, talmente ingente, rispetto alle reali poste economiche – e gonfiato grazie al discutibile operato di taluni commercialisti legati al PDS – che Grauso si è visto costretto a cedere dapprima alcune quote, quindi l’intera titolarità del giornale all’imprenditore Sergio Zuncheddu.
Liori, oltre a dover passare praticamente la vita in Tribunale per occuparsi delle querele per diffamazione proposte nei suoi confronti, oltre 110, laddove la prevenuta decisione dei rossi giudici cagliaritani è sempre di condanna e sempre di condanna alla reclusione senza condizionale, è stato addirittura radiato dall’ordine dei giornalisti, con decisione dell’Ordine dei Giornalisti di Palermo poi annullata dal Consiglio Nazionale dell’Ordine per violazione del diritto alla difesa.
Giunge poi notizia a chi scrive – e giunge da ambienti del SISDE – che a tutt’oggi tutti coloro che ebbero a che fare con Lombardini, specie nell’ambito delle forze dell’ordine, verrebbero sistematicamente intercettati e talora pedinati. E’ proprio il caso di dire: CHE PALLE!!!!!!!!
L’opera di pulizia etnica è forse conclusa, e il nuovo assetto di potere del palazzo di giustizia di Cagliari, attento a non toccare gli interessi politico-economici dei comunisti e postcomunisti (ma anche a salvaguardare la tranquillità delle solite, potenti <<grandi famiglie>> cagliaritane), pare non avere più oppositori. Chi guarda a questa città con gli occhi disincantati di un Forrest Gump, vi guarda come a una città tranquilla, dove sempra in apparenza non esservi nessun problema, se non quelli ordinari di tutte le metropoli. LA REALTA’ E’ BEN DIVERSA, e grattando dietro la crosta di questa apparente, placida tranquillità, si scopre un sommerso agghiacciante, che rende la nostra realtà paragonabile ad altre ben più tristi.
Antonangelo Liori, eloquentemente, ha scritto <<Credo che esistano molte mafie. E quella che spaccia eroina e chiede il pizzo non è certo la peggiore>>. Riteniamo di poterci associare in pieno a questa affermazione.