Lo strapotere di Magistratura Democratica all’interno del Palazzo di Giustizia di Cagliari, oltre che dalle sempre crescenti adesioni, è ulteriormente accresciuto, negli anni a cavallo tra il 1993 e il 1994, dalla scissione all’interno della corrente di Magistratura Indipendente, di cui all’epoca era segretario Mario Marchetti, ma il cui leader carismatico era sempre stato considerato Luigi Lombardini.
La scissione fu capeggiata da Paolo De Angelis, il quale, candidato per MI al Consiglio Superiore della Magistratura, clamorosamente invitò gli elettori all’astensione, determinando la perdita di un seggio al CSM per la corrente: all’origine dell’inusitato comportamento di De Angelis, a quanto pare, dissapori con Lombardini. Anche Marchetti, nel 1996, abbandonerà con clamore la corrente, motivando l’abbandono con <<divergenze politiche>>, evidentemente riferite a Lombardini.
Nel frattempo, cova sotto la cenere la frizione tra la maggior parte dei sostituti della Procura della Repubblica presso il Tribunale, allora guidata da Franco Melis, e il Procuratore Generale Francesco Pintus, il quale non si accontenterà di un ruolo di mera rappresentatività e comincerà ad esercitare un incisivo controllo sulla Procura, facendo uso in particolare della facoltà di avocazione dei procedimenti penali, conferitagli dal Codice di Procedura Penale principalmente nei casi di inerzia del PM.
Pintus, inoltre, entrerà in contrasto con vari PM anche per altri motivi: in particolare, con De Angelis per pretese pressioni a favore di taluni imputati in procedimenti per reati contro la Pubblica Amministrazione [Antoncarlo Tomassini Barbarossa, Bruno Randazzo], e con Pili e Marchetti relativamente ad accuse di concorso nella condotta, attribuita all’avvocato Leonardo Filippi, di subornazione di un testimone, Massimo Tolu, a sostegno di un procedimento di revisione a favore di tale Pino Costa.
Francesco Pintus,nel 1996, propone la propria candidatura per la carica di Procuratore Generale di Milano, lasciata vacante dalle dimissioni di Giulio Catelani, e, con sincronismo ad orologeria, il procuratore Franco Melis e otto PM della Procura presso il Tribunale [Mauro Mura, Paolo De Angelis, Alessandro Pili, Mariano Fadda, Valerio Cicalò, Guido Pani, Massimo Poddighe, Mario Marchetti: non firmeranno solo i PM Fernando Bova, amico di Luigi Lombardini, e Lucina Serra] inoltreranno un esposto al Consiglio Superiore della Magistratura contro il Procuratore Generale relativo al preteso abuso da parte sua delle avocazioni e ad altri vari episodi, quali quelli narrati.
Il CSM, grazie al suddetto esposto, boccerà la candidatura di Pintus alla Procura Generale di Milano, preferendogli un giudice, Umberto Loi, che non aveva neanche i requisiti previsti dalla legge; ciò nonostante gran parte delle accuse si siano rivelate del tutto destituite di fondamento [come quelle formulate da Paolo De Angelis, costretto a una vergognosa retromarcia nel corso di un’audizione al CSM].
Non può sfuggire ai più acuti osservatori l’esistenza di una notevole prevenzione nei confronti di Francesco Pintus, non a caso fatto oggetto di una spietata campagna di denigrazione ad opera di Magistratura Democratica, da parte della sinistra, in relazione ai suoi atteggiamenti di aperta difesa del <<giudice ammazzasentenze>> Corrado Carnevale, con cui era stato alla Prima Sezione penale della Corte di Cassazione; né può sfuggire che Pintus, per il suo atteggiamento garantista e per il suo rigore nei controlli, non sarebbe certo andato a genio a Francesco Saverio Borrelli e a tutto il Pool Mani Pulite, prevalentemente di sinistra e sostenuto dalla sinistra.
La prova più grave dell’indiscutibile simbiosi tra magistratura e ceto politico di sinistra si avrà, però, in occasione della nomina del successore di Franco Melis alla guida della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari.
Si sapeva da tempo, all’atto del pensionamento di Melis, che Luigi Lombardini era intenzionato a presentare domanda, essendo indiscutibile la sua idoneità per aver esercitato per decenni funzioni requirenti e per aver conseguito risultati grandiosi in tema di lotta ai sequestri di persona.
Tuttavia, la prospettiva di Lombardini procuratore capo non andava a genio alla maggior parte dei sostituti [sei dei quali fecero sapere che, in caso di nomina di Lombardini, avrebbero chiesto il trasferimento] e, a quanto si dice, non sarebbe andata a genio neppure a certi settori corrotti dell’imprenditoria, poiché Lombardini avrebbe messo a nudo i guadagni illeciti conseguiti da vari personaggi con traffici di droga ed altro.
Per bloccare la nomina di Lombardini, si mosse dapprima il PM sassarese Gaetano Cau, il quale accusò il collega – del quale era stato un tempo compagno di corrente a MI, ma del quale era da qualche anno <<nemico>> – di aver esercitato pressioni su di lui per il dissequestro di un assegno internazionale spettante all’imprenditore Nuvoli; accusa che si dimostrò manifestamente infondata, ma che fu comunque mossa <<ad orologeria>> nel rispetto delle migliori tradizioni.
Successivamente, Magistratura Democratica convinse Carlo Piana, presidente della Corte d’Assise, a proporre egli domanda per la poltrona di procuratore capo, a quanto pare prospettandogli, oltre che l’appoggio della propria corrente, l’appoggio politico del PDS, al quale Piana era del resto legato a livello di amicizie personali, essendo molto amico del leader pidiessino Emanuele Sanna.
Nel maggio del 1997 si sarebbe tenuta, nella sede del PDS in via Emilia a Cagliari, una riunione riservata di legali aderenti al partito, tra i quali vi erano sicuramente gli avvocati Michele Schirò – socio di studio del fratello del PM Paolo De Angelis – e Francesco Macis, e alla quale altresì partecipò il senatore Guido Calvi, responsabile giustizia del PDS e difensore di fiducia dell’allora segretario Massimo D’Alema. La riunione fu evidentemente finalizzata a far pervenire a D’Alema il convincimento del PDS sardo circa la necessità della nomina di Carlo Piana alla carica di procuratore capo, e ciò pare confermato dal fatto che una nota personalità cittadina dell’intellettualità comunista, richiesto e ottenuto un colloquio con Massimo D’Alema per perorare la causa di Luigi Lombardini, suo amico personale, si sarebbe vista rispondere da D’Alema che il partito, localmente, aveva già scelto Piana, e che le istanze nazionali non potevano ne intendevano sindacare tale scelta.
Che la nomina di Carlo Piana, magistrato che ha sempre svolto solo funzioni giudicanti, abbia risposto a criteri prettamente politici lo dimostra il fatto che presso il Consiglio Superiore della Magistratura i quattro consiglieri laici nominati da Forza Italia e Alleanza Nazionale [Fois, Viviani, Pazzaglia, Franchi], avvalendosi di una facoltà contemplata dal regolamento interno del CSM, onde impedire la nomina di Piana appoggiata dalla maggioranza, impedirono sistematicamente lo svolgimento delle sedute uscendo dall’aula e facendo mancare il numero legale; si tratta di un atteggiamento che non ha precedenti nelle svariate occasioni in cui nel CSM si è dibattuto dell’eventuale nomina di magistrati di sinistra a incarichi elevati – a cominciare dalla nomina di Giancarlo Caselli, giudice di sinistra per antonomasia – e che evidentemente sottende la cognizione, da parte dei quattro consiglieri designati dal centro-destra, di gravi fatti inerenti alla natura prettamente politica della designazione.
Solo l’improvvisa morte del consigliere in quota ad AN Alfredo Pazzaglia, nel giugno 1997, permise di sbloccare la questione e di sancire la nomina di Carlo Piana a procuratore capo.
La nomina di Carlo Piana, per parecchio tempo considerato uomo di centro se non di destra, comunque da ultimo assai vicino alla sinistra e amico personale, come già ricordato, del segretario del PDS Emanuele Sanna, chiude il cerchio rispetto al presidio, da parte di magistrati vicini alla sinistra, dei centri nevralgici di potere del Tribunale di Cagliari: sono infatti interamente in mano a iscritti a Magistratura Democratica sia l’ufficio GIP – con Leonardo Bonsignore, Michele Jacono e Paolo Canepa – sia il Tribunale dibattimentale penale – coi presidenti di sezione Alessandro Lener e Francesco Sette e col giudice Claudio Gatti, per anni amministratore di una <<cooperativa rossa>>, sia il Tribunale civile e fallimentare, col presidente di sezione Gian Giacomo Pisotti e coi giudici fallimentari Giovanni Dessy e Giovanni La Rocca.
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