IL CASO PINTUS

La vicenda di Francesco Pintus è emblematica di come un magistrato serio, animato solamente dall’intento di fare il suo dovere fino in fondo, debba talora, suo malgrado, trasformarsi in un Masaniello, subendo i relativi, inevitabili strali.
Francesco Pintus, di origine sassarese, perviene alla carica di Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Cagliari nel 1992, prendendo il posto di Giovanni Viarengo.
Pintus ha un pedigree che non può non considerarsi di sinistra: tra i fondatori di Magistratura Democratica, è stato anche senatore per una legislatura, in un collegio della Lombardia – risiede a Varese – quale indipendente nelle file del PCI. Tuttavia, dopo il mandato parlamentare, prenderà servizio alla Corte di Cassazione, e sarà assegnato alla Prima Sezione Penale, presieduta da quel Corrado Carnevale diffamato per anni dai teoremi dei comunisti come il <<giudice ammazzasentenze>>, oggi prosciolto da tutte le imputazioni dai Tribunali di Napoli e di Palermo.
Allorquando Carnevale fu esautorato in conseguenza della campagna di linciaggio intrapresa in suo danno dai comunisti, Francesco Pintus non esiterà a prendere apertamente le difese del suo ex presidente di sezione, difendendone l’integrità morale e la capacità professionale; si tratta di qualcosa che la sinistra si legherà al dito.
A Cagliari, Francesco Pintus pare dapprima navigare tranquillamente nel mare dell’ordinaria amministrazione; tuttavia, come incomincia – come è suo dovere – a mettere il naso negli affari della Procura presso il Tribunale, diretta dall’arcigno magistrato nuorese Franco Melis e composta in gran parte da magistrati che si credono intoccabili, Pintus scopre varie cose, tra cui l’abuso di auto di servizio e il numero eccessivo di procedimenti lasciati <<a dormire>> nell’inerzia di ogni indagine.
Pintus inizia così ad avvalersi del potere, conferitogli dal Codice di procedura penale, di avocare i procedimenti penali in caso di inerzia del PM titolare nella trattazione: particolarmente bersagliato dalle avocazioni sarà il giovane PM Mariano Fadda, inefficiente e svogliato, ma anche molti altri sostituti.
Nel frattempo Francesco Pintus, desiderando un riavvicinamento familiare – la sua famiglia risiedeva ancora a Varese – propose domanda per ricoprire la carica di Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Milano, lasciata vacante da Giulio Catelani, dimessosi anticipatamente anche per gli scontri col Procuratore di Milano, Francesco Saverio Borrelli, e col Pool Mani Pulite in generale.
Inizialmente, la commissione incarichi direttivi del Consiglio Superiore della Magistratura è unanime circa l’idoneità di Pintus a ricoprire il richiesto incarico; tuttavia, al CSM è sfuggito, evidentemente, che Borrelli non gradisce affatto la nomina di Pintus, che per il suo noto garantismo potrebbe mettere i bastoni tra le ruote al Pool non meno, forse più, di Catelani.
Si arriva al 1996, e in questo periodo, si ignora se di moto autonomo o con qualche cordiale suggerimento di colleghi milanesi, la Procura di Cagliari, quasi all’unisono, intraprende una vera e propria azione di guerra contro Francesco Pintus. Infatti, il procuratore Franco Melis e otto sostituti [Mauro Mura, Mario Marchetti, Mariano Fadda, Alessandro Pili, Guido Pani, Valerio Cicalò, Massimo Poddighe, Paolo De Angelis] inoltrano al CSM un corposo esposto nei confronti del Procuratore Generale, rimproverandogli soprattutto le avocazioni, ma anche pretesi atti di ingerenza indebita nelle indagini [attestati in particolare dal sostituto Paolo De Angelis].
L’esposto sarà ripreso, presso il CSM, dai rappresentanti di Magistratura Democratica, che al contempo intraprenderanno anche dure campagne di stampa contro Pintus, dedicandogli sul loro giornale articoli gravemente denigratori. L’iniziativa dei giudici <<rossi>>, unitamente alle sicure pressioni della Procura di Milano, sortirono il loro effetto, e alla candidatura di Francesco Pintus fu preferita quella di Umberto Loi, un magistrato che aveva sempre svolto solo funzioni giudicanti e che non aveva neppure i requisiti di legge per ricoprire la carica.
Pintus proporrà ricorso al TAR del Lazio, e nel frattempo il CSM gli assesterà un altro fendente. Ancora avvalendosi dell’esposto dei giudici cagliaritani, boccerà la candidatura di Pintus anche alla Presidenza della Corte d’Appello di Milano, preferendogli il magistrato Serianni.
Per anni, Francesco Pintus chiederà invano al Consiglio Superiore della Magistratura che si faccia un completo chiarimento circa le accuse mossegli, alcune delle quali manifestamente false [come quelle formulate da Paolo De Angelis, costretto a una vergognosa retromarcia nel corso di un’audizione].
Pintus fu accontentato, e in negativo, solamente dopo il <<caso Lombardini>>, allorquando renderà numerose dichiarazioni alla stampa di elogio nei confronti di Luigi Lombardini e di severa critica all’operato di Caselli e del Pool di Palermo, oltre a ricevere nel suo ufficio Nichi Grauso. Il CSM aprì nei suoi confronti un procedimento di trasferimento d’ufficio per <<incompatibilità ambientale>>, accusandolo un pò di tutto: dalle avocazioni arbitrarie, al preteso uso strumentale dei discorsi di inaugurazione dell’anno giudiziario, alle critiche eccessive contro la Procura di Palermo all’aver ricevuto Grauso.
Francesco Pintus resistette per un po’, ma, vista l’aria che tirava, nel 1999 alfine decise di anticipare di un anno il suo addio alla magistratura.
Pintus oggi vive a Varese e, ogni tanto, redige brillanti articoli in materia giudiziaria per le pagine dei commenti del GIORNALE. Il trattamento che gli è stato riservato, solo per aver fatto il suo dovere, ancor oggi grida vendetta, il sapere che non fa più parte della magistratura – anche se sarebbe comunque andato in pensione – rattrista: con un magistrato come lui i cittadini onesti si sentivano garantiti. Peraltro, l’ex Procuratore Generale di Cagliari si sta togliendo la soddisfazione di vedere respinte una ad una da diversi tribunali lombardi le pretestuose querele proposte contro di lui da Caselli e altri PM palermitani in relazione alle frasi di giusto sdegno pronunciate dopo il suicidio di Luigi Lombardini.