Come è noto, il contesto da cui trae origine il <<caso Lombardini>> è quello delle fasi finali del sequestro di Silvia Melis e, in particolare, delle modalità con cui è stata conseguita la liberazione della giovane consulente del lavoro di Tortolì.
Fino alle ben note dichiarazioni di Nichi Grauso nell’intervista resa al <<Corriere della Sera>>, ufficialmente nessuno aveva appreso che Luigi Lombardini, come aveva fatto in occasione di altri sequestri [Farouk Kassam, Esteranne Ricca, Miria Furlanetto], si stesse interessando del sequestro di Silvia Melis; era noto nella ristretta cerchia dei suoi collaboratori che Lombardini, inizialmente, si era interessato, forse a titolo di curiosità personale, per sapere dove la ragazza potesse essere custodita, giungendo alla conclusione che la stessa, probabilmente, era tenuta prigioniera nella zona di Tertenia. Tuttavia, Lombardini non intraprese nessuna iniziativa, neppure quando, subito dopo il sequestro, glielo venne a chiedere l’avvocato Luigi Garau, legale della famiglia Melis col quale aveva una lunga consuetudine.
Fu Nichi Grauso che, in occasione della citata intervista – con cui ammise di aver pagato il riscatto e illustrò le relative modalità – e rilasciando varie altre dichiarazioni alla stampa, fece il nome di Luigi Lombardini, come una delle tante persone a cui aveva chiesto consiglio per assolvere al meglio all’intendimento che si era riproposto: conseguire la liberazione di Silvia Melis, sia per l’amicizia che lo legava a Tito Melis e all’avvocato Antonio Piras – consegnatario di un miliardo di lire datogli da Tito Melis a fini di pagamento del riscatto – sia per meglio pubblicizzare la propria attività imprenditoriale e politica.
In realtà, per Lombardini, l’incriminazione originaria per omessa informativa alle autorità competenti su circostanze rilevanti in tema di sequestri di persona – un reato previsto dall’art. 3 della legge 82/91 sul blocco dei beni – non derivò dalle rivelazioni di Grauso, bensì, a quanto pare, da un’attività di intercettazione delle sue comunicazioni che partiva molto più da lontano; in particolare, la Procura di Palermo avrebbe attivato indagini su Lombardini fin dal marzo 1997, a quanto pare sulla base di un’informativa del sostituto procuratore Paolo De Angelis, il quale, facendo compiere attività di intercettazione su altre persone, sarebbe incappato in Lombardini e nelle sue telefonate tese a sapere dove fosse tenuta prigioniera Silvia Melis.
L’originaria imputazione fu ben presto mutata, nei confronti di Lombardini, in quella di favoreggiamento, essendo quindi evidente che i magistrati della Procura di Palermo avevano il convincimento che Lombardini, circa il sequestro Melis, non solo fosse in possesso di informazioni che aveva omesso di trasmettere all’autorità competente, ossia la DDA cagliaritana, bensì avesse compiuto anche attività direttamente funzionali a far conseguire ai banditi il riscatto. Stessa imputazione formulata, ai sensi dell’articolo 1, comma 4 della citata legge 81/92, nei confronti di Nichi Grauso e dell’avvocato Piras, nonché, in un secondo tempo, dell’avvocato Garau.
Questa prima fase delle indagini della Procura di Palermo suscitò un certo disappunto a Cagliari, e in particolare il Procuratore Generale Francesco Pintus ebbe a constatare polemicamente come gli inquirenti si impegnassero nel perseguire chi aveva salvato l’ostaggio, piuttosto che i suoi rapitori. A gennaio 1998, nel corso della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, l’avvocato Garau aveva polemicamente rivelato che nelle indagini sul sequestro Melis, per le sole intercettazioni, erano stati spesi ben quattro miliardi di lire, il tutto in modo inconcludente.
La svolta clamorosa si ebbe nel luglio 1998, allorquando l’originaria imputazione di favoreggiamento fu modificata, nei confronti di Luigi Lombardini, di Nichi Grauso e di Antonio Piras, in quella, infamante, di estorsione, che sul momento nessuno degli imputati seppe spiegarsi. I PM di Palermo, capeggiati da Vittorio Aliquò, fecero una prima trasferta nel Nuorese, dove interrogarono, a Gavoi, l’avvocato Piras, mentre Nichi Grauso, avendo gli inquirenti spostato senza preavviso l’interrogatorio nei suoi confronti per la sera a Nuoro, omise polemicamente di presentarsi.
Solo l’11 agosto 1998, il tragico 11 agosto 1998, Luigi Lombardini, che si era psicologicamente preparato a una giornata non troppo movimentata, poté apprendere dai cinque PM di Palermo giunti a Cagliari a interrogarlo, accorsi in massa, con alla testa Giancarlo Caselli, facendo uso di un Falcon del SISMI, l’assurdità e l’infamia delle accuse da cui derivava l’imputazione di estorsione.
Si doveva fare riferimento a un interrogatorio reso da Tito Melis, padre di Silvia, il quale, ritrattando le precedenti dichiarazioni, affermò di essere stato convocato da Luigi Lombardini a un incontro segreto, tenutosi a Elmas, in luogo vicino al centro stampa dell’UNIONE SARDA. Tito Melis, che sarebbe giunto sul posto accompagnato dall’avvocato Garau, avrebbe incontrato Lombardini, accompagnato da una donna e parzialmente travisato, il quale con fare autoritario, prendendolo per il bavero e minacciandolo di morte, gli avrebbe ingiunto di ordinare all’avvocato Piras – cui aveva consegnato, come detto, un miliardo per la liberazione di Silvia – di pagare il miliardo in suo possesso, e di preparare altresì un altro miliardo, da consegnare allo stesso Piras. Inoltre, Lombardini avrebbe ingiunto nella medesima occasione a Melis di redigere una lettera, che doveva essere retrodatata al 12 settembre 1997, ove si attestava il consenso del procuratore della repubblica Piana e del sostituto Mura al pagamento del riscatto, lettera da consegnarsi parimenti all’avvocato Piras.
Effettivamente, l’avvocato Piras aveva precedentemente consegnato agli inquirenti una lettera datata 12 settembre 1997 e firmata da Tito Melis, ove questi attestava di essersi recato il giorno precedente alla Procura della Repubblica e di aver ivi ricevuto l’autorizzazione del procuratore Piana al pagamento del riscatto, nonché di aver appreso del parere favorevole al pagamento anche di Mauro Mura; ma va rilevato che vi è un notevole argomento a confutazione della falsità di questa lettera, consistente nel fatto che essa viene cronologicamente redatta nello stesso periodo in cui Tito Melis accusò gli inquirenti di avergli impedito di pagare il riscatto e proclamò altresì alla stampa di avere i soldi del riscatto e di essere pronto a pagare a tutti i costi.
Se la lettera non è falsa, i casi sono due: o Tito Melis si è messo spontaneamente a calunniare Piana e Mura, o costoro hanno veramente autorizzato il pagamento del riscatto, cosa potenzialmente plausibile se non altro poiché vi era la necessità di placare l’ira di Tito Melis, il quale minacciava, tra l’altro, di fare rivelazioni sul sequestro di Farouk Kassam e sul pagamento del riscatto con denaro dello Stato che avvenne in quell’occasione, rivelazioni che sarebbero state alquanto imbarazzanti per Mauro Mura, accusato apertamente da Graziano Mesina di aver fatto pagare il riscatto con denaro dello Stato.
In ogni caso, autorizzare il pagamento del riscatto senza l’autorizzazione del GIP era reato, sicché i due magistrati avrebbero risposto di favoreggiamento e di abuso d’ufficio. La Procura di Palermo non ha dubbi: la lettera liberatoria è falsa, Piana e Mura sono innocenti come l’acqua, è stato Lombardini a estorcere il falso a Tito Melis.
Quanto al preteso incontro di Elmas, Lombardini, durante l’interrogatorio, casca letteralmente dalle nuvole; al riguardo, vi è una versione dei fatti, appresa nel giro dei parenti stretti di Lombardini, secondo cui costui si sarebbe limitato a incontrare Tito Melis, accompagnato dall’avvocato Garau, in casa del fratello, e a fargli presente, pacatamente e senza minacce, la necessità di pagare poiché, in caso contrario, vi sarebbero stati seri rischi per l’incolumità della figlia. Ed effettivamente, proprio nel periodo coincidente col preteso incontro di Elmas, veniva a scadere un ultimatum per il pagamento del riscatto, di cui i banditi fecero direttamente sapere a Silvia Melis
La veridicità delle dichiarazioni di Tito Melis è piuttosto dubbia, e Lombardini aveva una sua precisa idea circa la loro origine; precisamente, secondo Lombardini, l’ingegnere Melis, prima di rendere le suddette dichiarazioni ai magistrati di Palermo, sarebbe stato più volte sottoposto a precise pressioni provenienti dall’alto, onde convincerlo a fornire una versione dei fatti tale da escludere che la figlia fosse stata liberata per effetto dell’intervento di Nichi Grauso, dell’avvocato Piras ed eventualmente di Lombardini. Stesso trattamento sarebbe stato praticato nei confronti di Silvia Melis, che era alquanto titubante, onde convincerla a tener duro sulla versione dei fatti secondo cui lei, effettivamente, si liberò da sola e non fu assolutamente rilasciata dai banditi.
Circa i possibili moventi di un’eventuale falsificazione della realtà operata da Tito Melis, non può escludersi che, nell’ipotesi dell’esistenza di una trattativa statale parallela a quella affidata all’avvocato Piras, sia stata fatta balenare all’ingegnere, uomo ritenuto avido, la possibilità di ottenere la restituzione del miliardo versato all’avvocato di Gavoi – e poi consegnato da Nichi Grauso unitamente ad altri 400 milioni ai banditi – premendo soprattutto su Grauso, uno degli uomini più facoltosi della Sardegna. E Tito Melis avrebbe potuto legittimamente avanzare tale pretesa proprio qualora si fosse ritenuto dimostrato che Silvia si era liberata da sola per effetto della sola sua forza, senza che ciò fosse l’effetto di pagamenti ai banditi.
Luigi Lombardini negò su tutta la linea, minacciando querele nei confronti di Tito Melis, e tuttavia cedette definitivamente quando fu compiuto l’ultimo affronto: la perquisizione dell’ufficio e della sua abitazione – in difetto di spontanea esibizione – alla ricerca di atti rilevanti quanto alla ricostruzione dei fatti.
A Lombardini, questa novità fu comunicata dai PM di Palermo, in modo assai sleale, a interrogatorio concluso, allorquando il suo difensore, l’avvocato Luigi Concas, si era già allontanato poiché aveva un altro impegno, sicché Lombardini dovette convocare d’urgenza il figlio del professionista, Pierluigi Concas, pure lui avvocato.
Lombardini fece strada ai due PM Di Leo e Ingroia, accompagnati da una cospicua scorta di agenti, verso il proprio ufficio, e il tragitto che veniva percorso fu attentamente monitorato, particolarmente con l’uso di microspie disseminate nei corridoi, da uomini dei Servizi Segreti vicini a Lombardini.
Fu in quell’occasione che fu rivelato a Lombardini che, in realtà, egli doveva essere arrestato subito dopo l’adempimento. In particolare, le microspie captano una voce che, a seguito di rimostranze di Lombardini sulla data del decreto di perquisizione – risalente al 5 agosto, e tuttavia notificato solo allora, 11 agosto – avrebbe risposto che era datato 5 agosto anche l’ordine di custodia cautelare per inquinamento delle prove; si coglie altresì la voce di un’altra persona che dice brutalmente a Lombardini: <<Adesso ti facciamo la perquisizione, poi ti mettiamo le manette>>.
Lombardini non resse più. Giunto nell’anticamera del suo ufficio, si chiuse fulmineamente a chiave, e si sparò un colpo di pistola in bocca.
Il clamore a Cagliari, e non solo a Cagliari, fu enorme e non mancò, tra gli estimatori del magistrato, chi ritenne che responsabili morali della morte di Lombardini dovessero ritenersi invero alcuni suoi colleghi di Cagliari, che lo avevano avversato oltremisura
L’indomani, 12 agosto, Lombardini avrebbe dovuto tenere una conferenza stampa che fu comunque tenuta dal difensore di Lombardini, Luigi Concas, e da Nichi Grauso, il quale fece una clamorosa rivelazione, annunciando che Lombardini avrebbe redatto un <<dossier>> che dimostrerebbe che la nomina di Giancarlo Caselli a Procuratore della Repubblica di Palermo, nel 1992, sarebbe avvenuta – scartando, tra le altre, la candidatura dello stesso Lombardini – su precise pressioni politiche della sinistra, in particolare di Luciano Violante, poiché Caselli si sarebbe dovuto incaricare del <<processo alla DC>>; da Violante arriverà una secca smentita, ma gli ex ministri Martelli e Scotti confermeranno le pressioni di Violante a favore di Caselli, e pare inoltre, sulla base di un’attendibile informazione, che il <<dossier>> di Lombardini sia stato mostrato, o fatto avere in copia, a Giulio Andreotti
Il Procuratore Generale Francesco Pintus, nella relazione sui fatti chiestagli dal Ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick, ritenne apertamente che il possibile spettro dell’arresto possa essere stato alla base della decisione di Lombardini di togliersi la vita; ma il Consiglio Superiore della Magistratura <<assolse>> prontamente Giancarlo Caselli.
L’aspetto più squallido della vicenda Lombardini fu rappresentato dall’accanita campagna di stampa post mortem che il quotidiano sassarese LA NUOVA SARDEGNA – che del resto aveva attaccato duramente Lombardini già in altre occasioni – scatenerà contro il defunto, indicandolo, sul solco dell’ennesimo teorema partorito dal Pool di Palermo – non nuovo alla pratica di sostituire le prove coi teoremi, con scarsi successi finali come il caso Andreotti e il caso Carnevale dimostrano – come il capo di una <<rete>> parallela e illegale finalizzata a depistare sistematicamente le indagini sui sequestri di persona.
Invero, a chi ha conoscenza di come andavano realmente le cose con Lombardini, quella della <<rete>> pare null’altro che una teoria palesemente assurda; Lombardini non era il capo di alcuna struttura, era semplicemente circondato dall’incessata stima di numerosissimi ufficiali di P.G. e dei Servizi Segreti che, nonostante il suo confinamento in un ufficio di basso profilo – la Procura presso la Pretura – continuavano a vedere in lui un punto di riferimento, un punto di riferimento che non trovavano negli incapaci inquirenti che erano addivenuti ad occuparsi di sequestri. E in ogni caso, quando Lombardini interveniva in un sequestro di persona, lo faceva sempre e solo per salvare la vita dell’ostaggio, e mai per il fine di depistare le indagini; se Lombardini era più capace a scoprire la verità dei suoi ipocriti e invidiosi avversari, non gli si poteva certo fare una colpa di questo, al di là delle ipocrisie di rito e delle idiozie della legge sul blocco dei beni, di cui da tempo si chiede la revisione
Luigi Lombardini, ancora oggi, lascia un vuoto incolmabile, e anche esaminata a freddo, la sua tragica vicenda non ci consente di considerarlo come un semplice suicida come tanti. Egli è stato ucciso. E’ stato ucciso non volontariamente, ma comunque moralmente, da quegli inquirenti incapaci che avevano preso il suo posto e che non potevano tollerare che si sapesse che un altro sequestro era stato risolto col felice ritorno a casa dell’ostaggio grazie a lui. Riteniamo di poter dire che egli non era colpevole di alcun reato, se non, forse, dell’ipocrita reato di falsa informativa previsto dalla legge Vigna, o dell’ancora più ipocrita reato di favoreggiamento previsto dalla stessa legge a carico di chi cerca di salvare un sequestrato. Nessun giudice, di primo grado, d’appello, di Cassazione, potrà più restituircelo.
Con la morte di Lombardini è sfumata, tra l’altro, la possibilità, in attuazione di un progetto che stava molto a cuore al giudice suicida, di ottenere la costituzione pacifica di Pasquale Stocchino, arzanese, decano dei latitanti sardi alla macchia dal lontano 1972; a quanto si è saputo, la costituzione di Stocchino, snobbata dallo Stato – il Viminale disse apertamente a Lombardini che il latitante non valeva niente – doveva essere remunerata con la somma di lire 500 milioni, che in mancanza di contributi statali sarebbero stati volontariamente forniti da Nichi Grauso, e che Stocchino si sarebbe dovuto costituire avanti ai magistrati del Tribunale di Sorveglianza di Cagliari, all’epoca il Dr. Porcu e il Dr. Rilla, ambedue molto vicini a Lombardini. Dopo la morte di Lombardini, Grauso cercò di riprendere in mano il progetto, ma senza successo.
Nonostante il loro discutibile teorema sia sicuramente, se non LA CAUSA, una delle concause della morte di un uomo, della morte di Luigi Lombardini, i magistrati di Palermo continuano a volerci credere, in questo strampalato teorema scaturito dalle discutibili accuse, di cui a tutt’oggi si ha la curiosità di conoscere i reconditi moventi, di Tito Melis: il GUP palermitano ha rinviato a giudizio Nichi Grauso – per estorsione – Antonangelo Liori – per favoreggiamento – e Luigi Garau – per favoreggiamento e calunnia ai danni di Carlo Piana e Mauro Mura – e, a maggio, ci sarà il dibattimento. L’avvocato Antonio Piras, invece, è stato giudicato col rito abbreviato e, il 12 febbraio 2001, è stato condannato dal GUP Marcello Viola alla pena di cinque anni e quattro mesi di reclusione. Il tutto nonostante l’evidentissima assenza, che è chiara a chiunque abbia l’occasione di leggere gli atti processuali, di prove degne di questo nome.
Recentissimamente è stato pubblicato e distribuito capillarmente a magistrati e avvocati italiani, il libro dedicato da Enzo Tardino, magistrato di Cassazione, al <<caso Lombardini>>, che ricostruisce analiticamente tutti i presupposti e le conseguenze della tragedia e che, nonostante i toni fin troppo morbidi, si dice abbia fatto adontare alcuni magistrati cagliaritani al punto da proporre esposti al CSM contro Tardino; in realtà i magistrati cagliaritani, di cui ignoriamo i nominativi (anche se li intuiamo) hanno, come si suol dire, la “coda di paglia”, poiché ad una attenta lettura del bel libro di Tardino non emerge alcunché di insultante nei loro confronti. Ciò che li infastidisce è, evidentemente, il solo fatto che si continui a parlare del caso Lombardini, laddove il dottor Tardino non fa il romanziere a tempo perso, ma interpreta un sentimento diffuso nella città di Cagliari, che non ha mai dimenticato e mai dimenticherà Luigi Lombardini, e che invece saluterà il pensionamento o la rimozione di altri magistrati come la fine di un incubo.
L’andamento dei processi scaturiti da questa vicenda depone, allo stato, nettamente a sfavore dell’accusa; a parte il processo contro Grazia Marine e gli altri tre orgolesi per il sequestro, che dovrà ricelebrarsi a Sassari e per il quale vi è assoluzione definitiva nei confronti del solo Andrea Nieddu, l’avvocato Antonio Piras è stato assolto dalla Corte d’Appello di Palermo, mentre il processo principale in corso nel capoluogo siciliano contro Nicola Grauso va avanti stancamente e con continui colpi di scena al cardiopalmo per l’accusa, che, specie dopo la rimozione dei PM Ingroia e Sava da parte del PG palermitano Celesti, pare non credere più granché neppure essa al teorema caselliano.
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